[Senso: Olfatto & Atmosfera]
Tutto ha inizio quando lo spazio comune, un tempo trasparente, si satura di un’aria che non riconosci più. L’atmosfera tra voi non è più fatta del vuoto familiare di chi non ha bisogno di spiegarsi, ma si carica di un sentore di tabacco freddo e profumi generici, fragranze di vite altrui che si sono depositate su di lui come una polvere sottile. È un odore di locali mai visitati e di cene a cui non eri invitato, una chimica di storie vissute lontano da te che ora filtra attraverso i suoi vestiti e il suo modo di occupare la stanza.
Senti il perimetro restringersi, non per mancanza di spazio, ma per l’eccesso di una presenza collettiva invisibile che ti esclude. È un’atmosfera pesante, carica di un odore di carta vecchia e di polvere di strada, la sensazione di entrare in una casa dove i mobili sono stati spostati e l’aria è rimasta chiusa troppo a lungo. In questa saturazione, il tuo respiro si fa corto: ogni boccata d’ossigeno sembra passare attraverso un filtro di cenere e di indifferenza, avvertendoti che la tua presenza è diventata un’interferenza in un ecosistema che ha imparato a fare a meno del tuo battito. Ti senti un intruso nella tua stessa memoria, circondato da un vapore di “altrove” che ti nega l’accesso al nucleo che un tempo credevi di possedere.
[Senso: Udito & Vista]
Lo sguardo si frammenta, costretto a una deriva ottica tra gesti che non ti appartengono più. Vedi una cinetica di intese fulminee, sguardi che si incrociano tra gli altri con la precisione di un meccanismo oliato, una geometria di sorrisi che scattano per riflessi condizionati a cui non hai accesso. È un voyeurismo dell’esclusione: osservi una mimica facciale che si accende per un richiamo invisibile, un linguaggio del corpo che si piega e si distende seguendo una corrente che ti ignora. Per te, quella scena è una superficie piatta e riflettente, un vetro opaco dietro cui si muovono figure che sembrano recitare un copione scritto durante la tua assenza. La tua visione registra la loro naturalezza come un’offesa, una prova visiva della tua stessa immobilità.
Il silenzio tra te e il nucleo originale è calpestato da un ronzio di frequenze estranee. Le risate degli altri non ti arrivano come gioia, ma come una vibrazione acustica disturbante, un rumore bianco che satura l’aria e copre le parole che un tempo non avevi bisogno di dire. È un chiasso di riferimenti privati, un codice criptato fatto di nomi mai sentiti e di cronache a cui mancano i capitoli centrali; per le tue orecchie, quel suono è il crepitio di una comunicazione interrotta, un interferenza metallica che stride contro il ricordo della vostra vecchia sintonia. Senti il lamento di una struttura che tenta di vibrare all’unisono ma produce solo una dissonanza sgraziata. Il tuo udito si fa selettivo, isolando i frammenti di un passato comune come se fossero relitti in un mare di rumore statico, mentre la risata dell’altro, rivolta altrove, diventa un fischio basso e granuloso che ti mangia la pazienza e ti conferma che sei un supporto che ha smesso di trasmettere il segnale.
[Senso: Tatto & Gusto]
Il contatto, quando avviene, non è più una fusione spontanea ma una trazione cauta, un’aderenza che registra la nuova densità delle superfici. Senti la pressione di una mano o la vicinanza di un corpo come una membrana gommosa che separa le vostre storie: una barriera invisibile che trasmette calore ma non permette lo scambio della linfa. La tua percezione è quella di un ramo secco che tenta di vibrare sotto la spinta di un vento che muove solo le foglie nuove, restando rigido, incapace di flettersi con la stessa grazia degli altri. È una contrazione muscolare che non trova sfogo, un senso di pesantezza plastica che ti blocca il centro del petto, ricordandoti che la faglia è stata colmata con un materiale inerte che non conduce più emozione.
In bocca, l’esperienza del banchetto comune si trasforma nel sapore dell’allume e della carta inumidita: un gusto astringente e opaco che assorbe ogni traccia di convivialità. Le parole che pronunci, per sembrare parte dell’ingranaggio, ti lasciano un retrogusto di zinco e di acqua stagnante, la sensazione di masticare una materia che è stata conservata troppo a lungo in un contenitore di metallo. Non c’è freschezza nel ricordo condiviso, solo la saturazione di un gusto alcalino che ti lega le mascelle mentre cerchi di sorridere a aneddoti di cui possiedi solo il titolo, ma non la sostanza.
La deglutizione finale è un colpo sordo, l’atto di mandare giù un bolo di polvere e sale amaro per non lasciare che il silenzio diventi una condanna. Ti rendi conto, con un urto viscerale, che nonostante il filo sia stato riannodato, il nodo occupa ormai tutto lo spazio, diventando un corpo estraneo che non si lascia digerire. Resti con la certezza di aver consumato un pasto di cenere e di echi, dove l’unica cosa che si è nutrita è la tua stessa consapevolezza di essere un supporto laterale, un frammento di tempo rimasto incastrato tra le pagine di un libro che qualcun altro ha continuato a scrivere senza di te.

Esattamente dieci anni fa, a causa di un virus contratto durante un viaggio all'estero, ho perso il senso del gusto e dell'olfatto, che sono strettamente collegati tra di loro. Mi sono stati tolti due grandi piaceri della vita, e sono due perdite che nessuno vede e quindi nessuno ti capisce. Avrei potuto diventare anoressica (cosa mangio a fare se non so cosa metto in bocca?) oppure puzzare come una capra, senza sentire niente. Non é una malattia mortale, non si soffre fisicamente. E' come una mutilazione, ma non si vede. Mi ha salvato la memoria. Mangio con la memoria, perché mi ricordo i cibi che mi piacevano. E continuo a usare i profumi che amavo (e faccio il bagno tutti i giorni...). La depressione nella quale caddi dieci anni fa è ancora presente in me, e non mi abituero' mai a questa vita neutra.